“Sustainable Thinking”. La moda sostenibile, il riciclo, la difesa del pianeta. Nel Museo Ferragamo la mostra che attraverso abiti, accessori e oggetti d’arte fa riflettere sulle scelte per il nostro futuro

di ELISABETTA ARRIGHI

“Sustainable Thinking” è una mostra “diffusa” che ha il suo cuore a Firenze, nel Museo Ferragamo diretto da Stefania Ricci e collocato a Palazzo Spini Feroni (piazza Santa Trinita, dove via Tornabuoni si allunga verso l’Arno), sede della maison di moda fondata da Salvatore Ferragamo. Da qui si espande poi verso la Sala delle Udienze di Palazzo Vecchio, in piazza della Signoria, con l’installazione di Lucy + Jorge Orta (dal 12 aprile al 4 luglio 2019) e quindi al Museo Novecento, in piazza Santa Maria Novella,  con Room e Collezione permanente Lucy + Jorge Orta; Paradigma. Il tavolo dell’architetto Baubotanik; The Wall Sos School of Sustainability; Cinema In Between Art Film Befiore We Vanish (anche queste dal 12 aprile al 4 luglio 2019). La mostra principale, quella al Museo Ferragamo, resterà aperta al pubblico dal 12 aprile fino all’8 marzo 2020, dalle 10 alle 19.30 (museo.ferragamo.com).

Partiamo allora dal Museo, per una prima full immersion nella “sostenibilità” applicata alla moda e all’arte, attraverso “visioni” che devono farci riflettere. Si possono recuperare materiali, riusarli. concentrarsi sul rapporto con la natura, sviluppare tecnologie che siano sostenibili, perché di questo – oggi – abbiamo bisogno. Ripensare e rifondare, dare un valore sociale alla sostenibilità, all’arte e alla moda, e soprattutto guardare con maggiore attenzione all’ambiente che ci circonda.

La moda ha già intrapreso da qualche tempo un percorso di sostenibilità, con l’aiuto di giovani designer e brand nuovi o già consolidati sul mercato, accogliendo – nei propri atelier – nuovi materiali ecologici e performanti, guardando nello stesso tempo ad un affinamento del sistema produttivo. E il percorso espositivo – che rappresenta la tradizionale e annuale mostra che il Museo Ferragamo ogni anno organizza approfondendo un tema specifico, sempre con un occhio attento a quella che è stata l’attività di Salvatore, il “calzolaio dei sogni” – è in  grado di offrire ai visitatori un panorama ampio e colorato di quanto la sostenibilità possa aiutare la moda, offrendo tessuti nuovi grazie al riciclo di materiali o all’impiego di  prodotti organici (ad esempio le bucce della frutta, il tè…). Un percorso che sottolinea quanto le tecnologie siano importanti sulla via della sostenibilità globale e  per la salvaguardia dell’ecosistema.

Il percorso espositivo è suddiviso in varie sezioni, e già dalla sala d’ingresso – Sezione 1, ambiente e sostenibilità – un grande video fornisce in continuazione dati e filmati sul pianeta a rischio e sul fatto che uno degli acerrimi nemici è la plastica che si può riciclare. Si viene quindi catturati da Invasion, un “paesaggio contaminato” e intricato di cannucce colorate da cui si sprigionano sculture e maschere in stile africano. Una grande e caotica nuvola di plastica e tante Poupées Pascale in cristallo che l’artista creatore dell’installazione – Pascale Marthine Tayou – realizza da tempo in Toscana. Con omaggio, nella sezione, a Joseph Beuys, artista-sciamano precursore delle tematiche ambientali.

Sezione 2, Salvatore Ferragamo e i materiali. Proprio lui, Salvatore, il fondatore della maison, è stato uno dei primi “artisti della moda”, in questo caso “artista della scarpa”, ad utilizzare materiali sostenibili. Dai pellami alle tomaie ricamate, ma anche – ecco una delle intuizioni del fondatore della casa di moda – materiali poveri e mai utilizzati per le scarpe, dalla corteccia d’albero alla pelle di pesce, dalla rafia alla carta e al cellophane. Materiali poveri che con le sue brillanti intuizioni sono diventati protagonisti di calzature di lusso. Scarpe per le quali Salvatore utilizzava spesso materiali naturali finalizzati al benessere. La sala a lui dedicata, grazie anche ad una bellissima scenografia composta da “librerie”, è al tempo stesso l’immagine della moda e della sua creatività, ma anche della sostenibilità dei materiali impiegati. Al centro, in una teca, il famosissimo sandalo Rainbow – nato nel 1938 con la suola e la tomaia in pelle arcobaleno e dedicato a Judy Garland – diventa Rainbow Future, con la zeppa in legno e tomaia crochet in cotone organico. L’allestimento comprende 77 diverse scarpe soprattutto degli anni Trenta e Quaranta del ‘900, e nei cassetti degli espositori a pareti ci sono documenti consultabili che vanno dai brevetti alle lavorazioni.

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Sezione 3, trasformazione. Una sezione in cui si parte dai materiali di pregio che vengono trasformati anziché gettati via, per diventare nuova materia di qualità. Si mescolano quindi ad opere d’arte e abiti. Sheila Hicks amalgama filo, fibre e colori in un ‘sole’ appeso alla parete mentre oro e rosso dominano lo scintillante mosaico contemporaneo dell’artista africano El Anatsui. Gli abiti e gli accessori in mostra sono di Paul Andrew (dal 2019 direttore creativo di Salvatore Ferragamo) che per l’attrice americana Elizabeth Chambers ha creato un abito da sera in jersey perPETual, ovvero plastica riciclata dalle bottiglie; Bottletop brand brasiliano di accessori di lusso che firma una borsa da viaggio blu cobalto realizzata con linguette ad anello in alluminio e strisce di pelle lavorate insieme all’uncinetto; Chain, marchio di Buenos Aires che presenta 23 ispirato al tema della migrazione, ovvero un abito che si compone di 23 diversi indumenti come quelli che la nonna della designer aveva in valigia quando emigrò dall’Europa al Sudamerica; Raeburn, griffe inglese che recupera e riutilizza tessuti militari e paracadute per capi sportivi innovativi; Bethany Williams, designer inglese che firma No Address Needed to Join, un cappotto in tessuto multicolore composto da corde e filati riciclati al 100% e scarti editoriali. I manichini utilizzati per la sala sono stati forniti da Bonaveri che produce anche il manichino biodegradabile in BPlast e BPaint brevettato nel 2016. Tantissime le fibre e i tessuti di trasformazione presenti nella sala, dai cotoni ai pizzi, da fibre di cuoio rigenerate alla seta riciclata…

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Sezione 4, artigianato e moda sociale. Molte le storie presentate in questa mostra documentano – si legge in una nota – la presenza di due categorie di artigianato che possono rispondere a criteri sostenibili: l’artigianato di riciclo che riutilizza tessuti e materiali plastici per trasformarli in qualcosa di nuovo (come esemplifica il lavoro del livornese Andrea Verdura, che con le vecchie reti da pesca realizza calzature, in questo caso un paio di stivali con suola in gomma di recupero e scarti di sughero, tacco in legno di cedro, zip di ottone antico, colorazione a mano con pigmenti indaco), e il recupero di tradizioni manuali antiche che vengono riviste in chiave moderna. Stella Jean è nata e lavora a Roma: la sua storia e quella della sua moda sono in stretto collegamento con gli artigiani haitiani. L’abito di Stella Jean in mostra è in viscosa italiana, il ricamo – che riproduce  il pappagallo amazzonico Arara – è stato dipinto e ricamato a mano in Italia dall’artista umbra Ambra Lucidi. L’inglese Katie Jones ha realizzato invece una giacca patchwork in pelle ottenuta con pellami di scarto e filati provenienti dal suo studio. Progetto Quid è una cooperativa di moda sociale fondata da Anna Fiscale per dare un’opportunità di lavoro a persone vulnerabili: l’abito presentato si chiama Mosaico, è di alta moda ma attinge anche ai valori fondanti della moda etica, solidale e sostenibile. Studio 189, marchio fondato da Rosario Dawson e Abrima Erwiah, ha sede a New York e ad Accra, in Ghana: in esposizione ha portato il completo camicia e gonna variopinta Multicolor Masquerade, ispirato a costumi tribali.

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Sezione 5, intrecci. Sette sculture sospese, una installazione di Paola Anziché. Il progetto Pensiero naturale è stato realizzato appositamente per la mostra fiorentina prendendo le mosse da una accurata disamina dei materiali preferiti da Salvatore Ferragamo negli anni trenta e Quaranta. Nella sezione 6 anche un lungo kimono del 2017 di Cangiari (cambiare in dialetto calabrese), primo marchia di fascia alto sul fronte della moda etica in Italia.

Sezione 6, innovazione sociale. Di fronte al pozzo medievale all’interno del Museo Ferragamo (dove si dice sia avvenuto l’incontro fra Dante e Beatrice), è stata posizionata l’opera Life Guard di Lucy + Jorge Orta, coppia di artisti (inglese lei e argentino lui) che indaga tematiche ecologiche e sociali attraverso strategie di denuncia. Life Guard allude alla fragilità, con la barella militare da campo messa in verticale a cui è collegato un indumento protettivo.

Sezione 7, innovazione. In questa sezione il percorso espositivo ospita tessuti, abiti e accessori che introducono una nuova generazione di materiali e tecnologie di avanguardia. Ecco i nomi dei fashion designer: Luisa Cevese, Nous Etudions di Romina Cardillo (zucchero, tè nero e microrganismi che fermentano e diventano tessuto kombucha per un outfit giacca e pantaloni), Salvatore Ferragamo che espone un twin set in maglieria composto da cardigan e t-shirt in 67% fibra cellulosica (tessuto Orange Fiber, utilizzato nel 2017 per una capsule lanciata durante la Giornata della terra), 33% seta e 55% cotone, Sylvia Heisel, Flavia La Rocca (abito modulare, trenta combinazioni diverse) , Hoc Pabissi, Mats Rombaut, Matteo Thiela, Angus Tsui, Hellen Van Rees, WRÅD. Nella sezione sono poi esposti fibre e materiali innovativi.

Sezione 8, arte tecnologia e scienza. Due opere di Tomás Saraceno, artista argentino che collabora da tempo con biologi, astrofisici, ingegneri, architetti per creare sculture e installazioni capaci di dare risposte a questioni ecologiche globali. Ecco quindi il video Aerocene che testimonia la possibilità di sollevarsi da terra in modo ecologico. Nella sala della proiezione si può anche osservare uno zaino che raccoglie tutto ciò che può servire a una persona per cominciare ad esplorare i cieli.

Sezione 9, la cultura della diversità. Protagonisti Ellie Uyttenbroek e il fotografo Ari Versluis che hanno inserito nel ventennale lavoro Exactitudes un progetto speciale realizzato con i dipendenti di Salvatore Ferragamo. Per la mostra è stata realizzata una carta da parati sulla quale sono state stampate le fotografie di tutti i ritratti scattati. Riveste tutta la sala e accoglie le otto serie finali incorniciate. In questo modo tutte le persone che lavorano in Ferragamo si sono unite sotto il segno della diversità.

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Sezione 10, ritorno alla natura. Sostenibilità, riflessione, fonti alternative al petrolio, fibre maturali.  Questa sezione che chiude il percorso espositivo nella grande sala che ospita le opere di due artisti, gli abiti di cinque designer di nuova generazione e tessuti organici. Ecco quindi che il percorso della mostra cominciato con una denuncia dell’inquinamento ambientale si conclude con un ritorno alla natura e al contatto con la Madre Terra. Ci sono opere di Piero Gilardi, i suoi tappeti natura colorati e rigogliosi (cinque diverse versioni in poliuretano espanso, Papaya e Pitaya un tappeto da terra di grandi dimensioni, mentre gli altri quattro sono opere più piccole e appese alle pareti – Meloni, Ireos, Spiaggia di granito rosa, Pomodori bretoni). Ecco poi l’arte povera di Michelangelo Pistoletto. L’opera in mostra, rivestita di tessuti sostenibili delle aziende della piattaforma B.E.S.T., rappresenta il Manifesto della Sostenibilità della moda italiana e il Manuale delle Linee Guida sui requisiti eco-tossicologici di Cnmi. I fashion designer ospitati nella sezione 10 sono Nathalie Ballout, Maria Cornejo, Tiziano Guardini, Laura Strambi, Wyhoys. Ci sono poi esempi di fibre e tessuti naturali di vari brand fino ad arrivare a Chiara Vigo, la maestra del bisso “la seta che viene da mare”. Si tratta di un filamento estratto dalla Pinna nobilis (detta anche nacchera), il più grande bivalve del Mediterraneo. Un filo che splende come l’oro, famoso fin dall’antichità per le vesti di re e sacerdoti. La raccolta del bisso è un’arte antica, quasi sacra, che avviene tra maggio e giugno attorno all’isola di Sant’Antioco in Sardegna. Chiara Vigo è la maestra del bisso sardo, i cui segreti li ha ereditati dalla nonna. Le opere realizzate con il bisso non si possono né comprare né vendere, ma solo donare o ricevere. E’ la materia più sostenibile che c’è, ma fuori da ogni regola commerciale. E nella mostra ha avuto uno spazio speciale.