SPECIALE FESTIVAL PUCCINI / 24. L’appassionata Tosca di Silvana Froli (con poderoso do sovracuto), la dedizione di Mendoza Lopez e la solida voce di Angelo Veccia. Con fotogallery

di FULVIO VENTURI

A Torre del Lago si sono concluse sabato 19 agosto 2017 le rappresentazioni della produzione di “Tosca” facente parte del sessantatreesimo Festival Pucciniano. I molti cambiamenti nella distribuzione di ruoli e personaggi ci hanno indotto ad una seconda recensione. Gianluca Marcianò è subentrato a Dejan Savic nella direzione orchestrale, operazione sempre delicata per l’equilibrio dello spettacolo. Anche in questo caso, come già per “Turandot” e indipentemente dal valore dei direttori, si è registrato qualche “incidente di percorso” nel sincrono fra orchestra e palcoscenico, specie nel duetto del primo atto fra Cavaradossi e Tosca, e nella delicata e presaga atmosfera aurorale del terzo.

Parimenti nel cast canoro si avvicendava rispetto ai cantanti delle prime due recite il trio dei protagonisti. Molto attesa era la prova di Silvana Froli, conosciuta e benvoluta da queste parti per precedenti positive prestazioni, nella parte di Floria Tosca. Il soprano lucchese ha disegnato una figura appassionata, dal canto cordiale e comunicativo, di buona voce che ha trovato momenti di grande efficacia nel finale del primo atto (un “Dio mi perdona, Egli vede ch’io piango” dolente, declamato ore rotundo sul boccascena che ha richiamato emozioni antiche), nel cammeo che tutti attendono del “Vissi d’arte” e nel terzo atto dove fra l’altro ha piazzato un poderoso do sovracuto alla chiusa della perigliosa frase della lama. Le era accanto, come Cavaradossi, il tenore Hector Mendoza Lopez, che è piaciuto per voce e dedizione. Ottimo nell’aria di sortita, puntuale e squillante del duetto del primo atto, ha sempre cercato di “cantare” e di dare un senso alla propria parola scenica. Anch’egli ha superato positivamente il momento dell’aria “attesa” con un “E lucevan le stelle” assorto e generoso nella sonorità. L’impaccio musicale di “Amaro sol per te m’era il morire”, dove il tenore si è ritrovato solo rispetto all’orchestra non inficia una prestazione positiva.

Eccellente, infine, lo Scarpia di Angelo Veccia, baritono che seguiamo da tanti anni e che riteniamo fra i migliori del non ricchissimo panorama italiano attuale. Veccia ha firmato una recita senza sbavature dove ha messo in campo esperienza, voce solida e sonora nonché adeguato carisma. Il resto del cast era invariato e ancora una volta abbiamo apprezzato lo Spoletta di Francesco Napoleoni e il giovane basso Andrea De Campo nella neglettissima parte di Sciarrone. Il coro diretto da Salvo Sgrò era come d’abitudine ben registrato e, in questo caso, con le voci bianche preparate da Viviana Apicella, ha mantenuto l’à plomb nella sempre difficile scena della “Cantoria”. Pubblico ingente e partecipe, più da “prima” che da ultima rappresentazione. Segnale positivo. Chapeau.

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