Miraggi, apparizioni, i colori delle ali di una farfalla che si decompongono in riflessi azzurri… ecco la “Madama Butterfly” del Maggio Musicale con la regia di Chiara Muti e le scene di Leila Fteita. Alta la qualità dell’Orchestra diretta da Francesco Ivan Ciampa e un cast canoro omogeneo e di alto livello. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI
Un lento incedere verso la morte. Come sappiamo qui si trova la quintessenza di “Madama Butterfly” e sotto questo profilo la produzione fiorentina (Maggio Musicale, ndr) non ha certo tradito. La regia di Chiara Muti, con le scene di Leila Fteita, i costumi di Alessandro Lai, le luci di Vincent Longuemare, è fatta di miraggi, di apparizioni, di spazi che si aprono e si chiudono sul nulla. I colori sono quelli delle ali di una farfalla che si decompongono in riflessi azzurri che si spezzano, che cadono al suolo come lembi di pelle. Veli bluastri, evanescenti, che avvolgono le figure femminili come “Camille sur son lit de mort” di Monet. Qua e là affiorano altre memorie, almeno così ci è parso, di Domenico Morelli, ancora di Monet, in questo caso l’imprescindibile “pont japonais” di Givérny, e persino di Lindsay Kemp con quel volare della protagonista verso il cielo come avvenne in una “Iris” livornese di una venticinquina di anni or sono. Ma la messa in scena è limpida, ed il messaggio è netto: in quest’opera si attende la morte.
Sotto il profilo musicale, evidenziandosi ancora una volta l’alta qualità dell’Orchestra del Maggio, la direzione di Francesco Ivan Ciampa è incisiva e attenta sia allo stile pucciniano che all’incedere della tragedia. Il suono è vivido, elegante, molto spesso brillante come si conviene ad una grande partitura novecentesca, la scelta dei tempi accurata. Quasi stretta nelle scene di genere del primo atto, lirica nei momenti di passione erotica, equilibrata, partecipe, tesa procedendo verso la fine.
In palcoscenico una compagnia di canto omogenea ha fatto dimenticare l’assenza di punte di diamante. Svetlana Aksenova è una Madama Butterfly poco incline al belcanto, ma efficace negli sviluppi dell’azione nelle scene con Sharpless, con Yamadori e con Sukuzi nel secondo atto. Sergej Skorokhodov risolve tutto con la voce, un po’ come i Pinkerton d’antan: tanti si bemolle, tanti squilli, senza tentennamenti. Molto bene lo Sharpless giovanile di Alessandro Luongo e veramente ottima, ben cantata, piena di slanci, la Suzuki di Laura Verrecchia. Come ho già fatto intendere anche il resto della compagnia si è collocato a livelli di eccellenza, a partire dal Goro di Paolo Antognetti, per continuare con il Commissario Imperiale di Francesco Samuele Venuti, con lo Yamadori di André Courville e la Kate Pinkerton di Francesca Cucuzza. Qualche incertezza nello Zio Bonzo di Renzo Ran e i “cammei” di Nicolo Ayroldi (Yakusidé), Alfonso Zambuto (L’Ufficiale del Registro), Ramona Gabriela Peter (La Madre di Cio Cio san), Maria Thalida Fogorasi (La Zia), Chiara Chisu (La Cugina) hanno completato la distribuzione dei cantanti. Benissimo anche il Coro del Maggio diretto da Lorenzo Fratini. Al termine applausi convinti e prolungati.