
Marco Spada, musicologo, direttore artistico e regista: “L’opera è una realtà viva, sempre in movimento. E in Italia ci sono tanti giovani talenti”
di FULVIO VENTURI –
Il vibrante successo arriso a Sassari alla produzione di Andrea Chénier allestita dall’Ente Concerti Marialisa De Carolis ci ha indotto, dopo aver intervistato il direttore d’orchestra Marcello Mottadelli, a contattare anche il direttore artistico Marco Spada il quale, con estrema gentilezza, ha risposto alle nostre domande (nelle foto: Marco Spada in alto sopra il titolo, nelle immagini a corredo del pezzo alcune scene di Andrea Chénier andato in scena a Sassari all’inizio di dicembre 2016).
Dottor Spada, mettere in scena un’opera come Andrea Chénier, con tutto il peso della tradizione e della popolarità, è sempre molto difficile. Nelle aspettative del pubblico si fa luce il ricordo di rappresentazioni pregresse, di amati e celebri interpreti che possono diventare invalicabili termini di paragone. Dove risiede il segreto del successo di questa produzione?
“Il passato spesso si tinge del rosa della nostalgia per ciascuno di noi. Ma l’opera è una realtà viva, sempre in movimento, e per continuare a rappresentarla oggi bisogna non avere pregiudizi e tentennamenti. Andrea Chénier merita di restare sempre in repertorio. A Sassari ne feci un’edizione già nel 2003 con Piero Giuliacci e Olga Romanko. Gli interpreti di questa nuova edizione sono stati Giancarlo Monsalve e Virginia Tola, entrambi debuttanti nei ruoli. Hanno assolto con grande professionalità e dedizione dei ruoli stellari, ognuno con le proprie caratteristiche e, forse, i propri limiti, convincendo però totalmente nella loro resa artistica globale.
Se si continua a pensare alla Tebaldi o a Corelli non se ne esce. Anche la messa in scena è stata affrontata senza complessi di colpa per non aver ricostruito tutta Parigi. La scena era evocativa, uno spazio nero incorniciato da due pesanti cornici sghembe. Ogni linea dello spettacolo era obliqua. Volevo rendere l’idea di una società in movimento scomposto, quasi impazzita nel passare dal vecchio al nuovo ordine. Ho cercato di pensare all’opera come a un film, nel quale ogni personaggio avesse una sua storia personale coerente. Chénier scrisse realmente un’ode a Charlotte Corday e io gliela faccio appendere sul grande coltello che uccise Marat, divenuto qui il suo altare. L’Abate si defila dalla festa della Contessa, perché è l’unico che capisce cosa sta per succedere; lo ritroveremo come Incredibile, nel nuovo ordine che per sopravvivere costringe a rinnegare la religione. Il ragazzo dei giornali è anche il nipote di Madelon, entusiasta del “nuovo Dio” Robespierre, e nel finale suggerisco che diventerà il piccolo Napoleone. Andrea Chénier è in definitiva un affresco, in cui si colloca “anche” la storia d’amore con Maddalena e il triangolo con Gérard, il personaggio più interessante e moderno dell’opera. I costumi di Alessandro Ciammarughi sono stati improntati ad una ricostruzione “metastorica”, filologica ma con un taglio moderno che mescola Settecento e giorni nostri”.
Lei è stato direttore artistico a Sassari per tanto tempo, addirittura diciannove anni. In questo periodo il teatro da lei diretto, L’Ente Concerti Marialisa de Carolis – Teatro di Tradizione, si è messo in evidenza come una delle più interessanti e vivaci realtà italiane. Quali sono state le linee guida delle scelte che ha operato e che hanno portato a risultati tanto brillanti?
“E’ stato un lavoro lungo che ha avuto varie fasi e obiettivi. Per prima cosa ristrutturare internamente ruoli e funzioni dei collaboratori, responsabilizzandoli e stimolandoli. Il teatro è una squadra che necessita di un vertice, ma anche di quadri che sappiano quello che fanno. Poi, fortificare coro e orchestra, i veri pilastri di un’istituzione musicale. Senza masse artistiche di qualità non si fa nulla. Poi radicare il teatro nella città, interpretandone umori e tendenze, ma anche sfidando le logiche assodate e le rendite di posizione. Le proposte artistiche sono andate a stimolare la curiosità del pubblico che ha recepito questa diversità cultuale di Sassari (città con Università, Conservatorio e Accademia di Belle Arti) come un valore aggiunto. Altri passi sono stati fatti nei confronti dei giovani e della comunicazione indoor e outdoor. E molto anche per valorizzare il talento locale che esiste e molto”.
Il Teatro di Sassari è noto per avere a disposizione un’orchestra e un coro di prim’ordine. Qual è il suo rapporto con queste realtà e il suo giudizio su di esse?
“Una delle maggiori soddisfazioni della mia direzione artistica è stata proprio poter creare e intitolare Orchestra e Coro dell’Ente Concerti “De Carolis”, un processo lungo, che ora sembra assodato, ma è costato battaglie, critiche e resistenze nel corso degli anni. Il Coro ha avuto nel M° Antonio Costa il suo Cerbero inflessibile e attento, col risultato ottimo che tutti gli riconoscono. L’orchestra ha fatto un salto di qualità da quando, sottratta ad un intermediatore locale, ha fatto corpo, si è identificata con l’Ente e, a fianco del repertorio operistico ha potuto abbracciare anche quello sinfonico, da Beethoven a Poulenc, divenendo protagonista e maturando rapidamente”.
Sfogliando l’albo d’oro dell’Ente de Carolis si notano opere come Tancredi, Mosè in Egitto e Elisabetta, regina d’Inghilterra di Rossini, Simon Boccanegra, Luisa Miller e Otello di Verdi, Lucrezia Borgia, Marino Faliero di Donizetti, Medea di Cherubini. Si tratta, oltre che di opere molto belle, di titoli che fanno “tremare le vene e i polsi” dei direttori artistici di teatri ben più grandi e “ricchi” di quello di Sassari. Come fare per mettere in scena opere tanto impegnative e vivere tranquilli?
“Aggiungerei, se mi consente, La clemenza di Tito di Mozart, l’Onegin e Roméo et Juliette di Gounod. Per programmare una stagione di successo bisogna avere idee chiare, un po’ di cultura che non guasta, conoscenza delle possibilità, chiarezza del limite, un occhio al budget e un pizzico di coraggio. E poi seguirne passo passo l’evoluzione. Solo così riesci ad avere sotto controllo la situazione, senza sorprese. Io mi sono sempre occupato di tutti i costi, con uno sguardo complessivo, non solo al cachet del cantante o a quello del regista”.
Accanto alle opere appartenenti alla grande tradizione belcantistica abbiamo notato marcato impegno nei confronti di Puccini, degli autori della cosiddetta “Giovane Scuola” e del verismo tout-court e del cosiddetto “Novecento storico”. Quindi reiterati allestimenti delle Turandot di Puccini e Busoni, della Bohème, di Cavalleria rusticana, Pagliacci, Adriana Lecouvreur, oppure di rarità come La Navarraise, le opere di Nino Rota o di Francis Poulenc, Rapsodia satanica di Mascagni, che opera non è, ma uno dei primissimi esempi di musica applicata al cinema. Qual è il suo pensiero verso questo tipo di partiture che oggi possono dirsi piuttosto desuete?
“Le faccio un esempio pratico. Quando ho affrontato la regia di Marino Faliero, i testi musicologici affermavano stancamente questa essere un’opera minore e non riuscita di Donizetti. Solo dopo averla “smontata” e rimontata per farne un progetto teatrale ne ho capito la modernità, bellezza e visionarietà, che del resto Giuseppe Mazzini nella Filosofia della Musica aveva ben afferrato. Non bisogna avere pregiudizi cultuali. Provengo dal belcanto, essendo un rossiniano di fede e di studi, ma se c’è il valore musicale e drammaturgico un’ opera deve essere conosciuta e rappresentata. Molte sono rimaste purtroppo nel libro dei desideri: da Risurrezione di Alfano all’Iris di Mascagni, dai Dialogues di Poulenc all’Idomeneo di Mozart alla Salome e Ariadne di Strauss”.
Adesso ci consenta una domanda personale. Com’è, come nasce, Marco Spada regista?
“Nasce per gemmazione spontanea dal musicologo e dal critico musicale. Un’esigenza di completamento sul campo delle mie conoscenze precedenti. Uno studio avvenuto nei primi anni di direzione artistica, osservando e imparando silenziosamente dai bravi registi che si sono succeduti a Sassari e dalle esperienze nei tanti teatri che ho frequentato. Osservazione, consigli, confronti sono stati la mia guida. Il mio è un teatro all’italiana, che non può prescindere dall’analisi del testo, dalla comprensione della musica e delle esigenze del canto. Con uno sguardo al bel quadro generale (siamo tutti figli di Visconti) e alle esigenze dello spettacolo di oggi, che deve suggerire, interessare e far riflettere il pubblico senza sovraccaricalo di inutili simbologie”.
Domanda imbarazzante. Quali sono i suoi collaboratori più fidati?
“Nessun imbarazzo. Sono una persona curiosa e aperta al confronto e tutte le persone che hanno collaborato con me nei miei spettacoli hanno avuto la mia piena fiducia. Sono stimolato dalla diversità culturale. Ho imparato molto da ciascuno di loro, da Alessandro Ciammarughi a Tommaso Lagattolla, a Michele Della Cioppa, a Simona Morresi, a Maria Filippi e Giovanna Buzzi. Il teatro è una grande avventura collettiva. Oggi sarei curioso di confrontarmi con artisti stranieri poter portare un po’ di italianità in un allestimento “alla tedesca”.
E i cantanti e i direttori d’orchestra che lei predilige?
“Ho avuto la fortuna di ascoltare tanti grandi artisti tra la fine degli anni Settanta ad oggi, compresi, cito a caso, Carlo Bergonzi, Alfredo Kraus, Leyla Gencer, Jessye Norman e Christa Ludwig. Ho persino fatto due chiacchiere con Beverly Sills e Leontyne Price! Ma ripeto, il passato è lì e ognuno ha i suoi miti. Apprezzo, più che la bellezza della voce in sé, quello che una voce mi trasmette. In una parola, la personalità. Certo sono anche molto attento alla correttezza tecnica, in particolare sussulto alle note calanti. Anche oggi ci sono grandi artisti che stentano però a diventare miti, perché il sistema è cambiato. Non valorizza più il singolo a fronte del progetto collettivo e il teatro ha perso forse un po’ della sua magia. Ma in Italia ci sono tanti talenti tra i giovani, cantanti e direttori che si stanno facendo strada nei principali teatri del mondo. Scorrendo i cartelloni di Sassari avrà le risposte”.
Sotto questo profilo le sue dimissioni da direttore artistico dell’Ente Marialisa de Carolis sono giunte inaspettate come un fulmine a ciel sereno. Da che cosa sono state dettate?
“Dalla consapevolezza di aver portato a termine il mio compito, che ha coinciso con il radicamento del teatro nella coscienza e nel patrimonio della città, e fisicamente, con il trasferimento dell’attività del nuovo teatro comunale. Avrei potuto continuare a fare cartelloni più o meno interessanti, ma credo che questo lavoro necessiti di una spinta di entusiasmo che forse stava cominciando a mancare e la routine non fa per me”.
I progetti futuri di Marco Spada?
“Ci sono progetti registici all’estero, nuovi e stimolanti, che mi consentirà, nella più classica scaramanzia teatrale, di non svelare ancora. Curiosamente, seguendo i percorsi insondabili della vita, si è riaffacciata la musicologia, che ha rimesso sulla mia strada l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani. Da giovane iniziai un’ampia ricerca sull’epistolario Verdi-Ghislanzoni, che non andò in porto per gli eterni problemi economici delle istituzioni culturali italiane. Ora pare sia la volta buona, e dunque rimetterò mano a quelle carte antiche, lette un tempo proprio sulla scrivania di Verdi a Sant’Agata. In fondo la mia vera vocazione sarebbe stata quella di fare il topo di biblioteca”.
L’epistolario Verdi-Ghislanzoni? La genesi di Aida?!? Troppo intrigante! A questo punto, che dire? Condivisibile in tutto. Leggendo queste risposte si ha l’impressione di conoscere Marco Spada da sempre, poiché persino il gusto personale d’intervistatore e intervistato sembra simile. E invece non ci siamo mai incontrati. Potenza della Rete! Salutiamo cordialmente Marco Spada e lo ringraziamo sentitamente non solo per la disponibilità. Buon vento, tanta competenza e signorilità molto lo meritano…