“La Bohème” (nel nome di Luciano Pavarotti) inaugura la stagione lirica del Comunale di Modena. Il bel Rodolfo di Matteo Desole, apprezzabile la Mimì di Maria Teresa Leva, la piacevole Musetta di Lucrezia Drei. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI
Allestita in nome di Luciano Pavarotti, uno dei più grandi Rodolfo della storia, “La Bohème” ha inaugurato la stagione 2019/20 del Teatro Comunale di Modena. Stagione ricca di qualità, come di consueto per il teatro modenese, con un occhio alla tradizione, con “Tosca”, “Turandot”, “Rigoletto”, oltre a questa “Bohème”, in cartellone, accanto ad opere più rare da vedere in provincia (anche se c’è provincia e provincia, e questa è aurea) come “Falstaff” e “Pélléas et Mélisande”, nonché una novità assoluta, “La notte di Natale” di Alberto Cara.
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Ora, accingendomi ad assistere ad una produzione della “Bohème” in nome di Pavarotti, è inevitabile che mi abbandoni ai ricordi, alle molte serate del mio vissuto di spettatore, dai Balli in maschera, le Lucie, i Trovatori areniani, ad una fantastica Miller scaligera, ai Requiem fiorentini con cento e cento esecutori. Nello specifico non potrò omettere dal citare una “Bohème” veronese, magica davvero, nella quale Pavarotti ebbe al fianco la straordinaria Mimì di Renata Scotto, il generoso Marcello di Mario Sereni e la vivace Musetta di Elena Zilio. Direttore Peter Maag, che qualcuno dalle gradinate trovò addirittura modo di contestare.
Bei tempi, da ricordare con inevitabile nostalgia, ma guardando avanti.
E dunque questa “Bohème” modenese è stata molto soddisfacente non solo in relazione ai tempi.
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Matteo Desole, che seguiamo da tempo, è stato un Rodolfo di altissimo livello, con una voce timbrata e libera in ogni registro, “lunga” nel settore acuto, ben emessa al pari della musicalità che la sostiene. Particolare di rilievo, indice di un dominio stilistico innato, in tutta la serata non si è abbandonato ad un solo portamento “facile”, come pure una certa tradizione pucciniana vorrebbe, o ad un effetto gratuito. L’interprete è naturale, corretto, appassionato senza la necessità di rubare la scena ad alcuno, anzi è sempre “dentro” lo spettacolo. Se l’intento di questa “Bohème” era quello di ricordare Luciano Pavarotti, storico Rodolfo, nelle città dove è nato, non poteva trovarsi Rodolfo “giovane” migliore. Ma tutto il resto del cast era omogeneo e spesso di valore, dalla apprezzabile Mimì di Maria Teresa Leva che dopo qualche incertezza nel primo atto (specie nella chiusa di questa sezione) ha dato bella prova di sé nel terzo e quarto quadro, al solido Marcello di Carlo Seo, alla piacevole Musetta di Lucrezia Drei, al decoroso Colline di Maharram Heseynov (una vecchia, anzi vecchissima appassionata livornese, Liliana, era solita dire che “Vecchia zimarra è la più bella romanza della Bohème”, e ancora sento la sua voce stentata. Sono queste le signorine Felicite della mia gioventù). Un gradino al di sotto dei colleghi lo Schaunard di Fellipe Oliveira, la cui brillante prestazione attoriale è andata ad equilibrare l’avventurosa emissione vocale. Ben rappresentati anche i personaggi di Benoit e Alcindoro (Gianluca Lentini), Parpignol (Roberto Carli) e dei due Doganieri (Paolo Marchini, Stefano Cescatti).
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Buono il Coro Lirico di Modena (maestro Stefano Colò) e le Voci Bianche della Fondazione Teatro Comunale di Modena (maestro Paolo Gattolin) con una nota di merito al bambino che nel secondo atto pronuncia la frase “Vo’ la tromba, il cavallin” il cui nome non era indicato.
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La regia era di Leo Nucci, un grande del canto che da tempo lavora sulla messa in scena e sulla formazione giovanile. La sua è stata una lettura ultradidascalica senza impeti e senza voli, quando ci sembra che spazi per la riflessione su certe problematiche sociali e giovanili nel capolavoro pucciniano ce ne siano in abbondanza. Semmai non abbiamo capito da quale esigenza sia nata la collocazione di un suonatore d’organetto e la citazione sonora di una “chanson de rue” all’inizio del secondo quadro, quando la descrizione ambientale è già compiuta a meraviglia dalla partitura.
Le scene di Carlo Centolavigna, i costumi di Artemio Cabassi, le luci di Claudio Schmid s’intonavano con la regia per la restituzione visiva di una Parigi teatrale.
La produzione ha infine, ma certamente non ultimo, un punto di forza nella direzione di Aldo Sisillo che da perfetto padrone di casa, essendo il direttore del Teatro Comunale di Modena, ha curato l’allestimento fin nei particolari. Una direzione lucida, in perfetta simbiosi con il palcoscenico e con l’Orchestra Filarmonica Emiliana.
Successo ben profilato già dal primo atto che è diventato calorosissimo alla fine. Pavarotti da uno spiraglio del Cielo avrà sorriso allargando le braccia.