Otello al Giglio di Lucca, successo meritato. Piacevole la lettura del direttore Nicola Paszkowski, bene Jago di Luca Micheletti, affidabile Mikheil Sheshaberidze nei panni del protagonista. (La recensione di Fulvio Venturi)

di FULVIO VENTURI

Assistere ad una rappresentazione dell‘Otello è sempre una grande emozione.
Personalmente mi rivedo ragazzino al Politeama di Viareggio per una recita con l’onusto Mario del Monaco, allora considerato il dominatore incontrastato del personaggio e da quella serata del giugno 1970, nel mio vissuto, si è dipanata una lunga serie di grandi interpreti, grandi nomi e grandi produzioni. Da Carlo Cossutta a Placido Domingo, da Nino Sanzogno a Carlos Kleiber e Riccardo Muti, da Raina Kabaivanska, Mirella Freni e Renata Scotto, da Aldo Protti, Piero Cappuccilli e Renato Bruson, da Franco Zeffirelli a Franco Enriquez. Un vero Gotha e un’emozione “elettrica” che si ripete ogniqualvolta mi accinga ad assistere ad una rappresentazione di quest’opera.

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Riguardo la produzione vera e propria di fronte ad Otello da sempre si pone un problema fondamentale: partire dal direttore d‘orchestra, dal protagonista, o dal metteur en scène? È noto che Verdi abbia insegnato nota per nota e movimento per movimento la parte a Francesco Tamagno sul quale dopo lunga ponderazione era ricaduta la scelta in virtù di una voce meravigliosa. Ma l’interprete non sempre era all’altezza dei desiderata di Verdi e da lì estenuanti sessioni di prova con Verdi stesso in veste di vero e proprio regista ante-litteram.

Il direttore d’orchestra: deve egli essere il dominatore assoluto, come ad esempio Arturo Toscanini, oppure è meglio affidarsi ad un musicista in possesso di visioni artistiche più complete?

Il regista: è giusto che la produzione diventi « sua » come oggi avviene travolgendo testo ed iconografia, oppure si scelga la via della filologia figurativa.
Sotto questo profilo Otello può considerarsi un’opera-campione.

Personalmente opto per una visione completa, dove il protagonista si stagli sulla turbolenta orchestra verdiana in tutta la sua natura di eroe caduto, umano e dolente, fuori di senno con l’incedere del dramma, che Jago ne sia deuteragonista, che Desdemona sia la vittima sacrificale condannata prima dalla cecità paterna e quindi dal maschilismo maritale, per finire con il coro che prima sia ambiente, poi colore e infine tragèda.

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Sarà bene dire subito che questa produzione lucchese, nata dalla sinergia del Teatro del Giglio con Ravenna Festival e il Teatro Dante Alighieri, ha riservato più di una piacevole sorpresa, a partire dal direttore d‘orchestra Nicola Paszkowski. Il maestro fiorentino ha dato una lettura analitica, quasi cameristica della partitura verdiana, mettendo in evidenza i frequenti preziosismi della scrittura e tuttavia senza perdere di vista l‘unità drammatica e persino le nevrosi di quest‘opera, mantenendo i rapporti sonori fra buca e palcoscenico. Raramente ci è stato dato di udire un “fuoco di gioia” tanto scandito, guizzante e leggero, oppure di scorgere tanto nettamente il prezioso disegno dei violoncelli al termine del primo atto, oppure una chiusa tanto stretta del “giuramento” di Jago e Otello. L‘Orchestra giovanile Cherubini e l‘ensemble Romagna Brass (le pericolose trombe di palcoscenico nel terzo atto) lo hanno seguito a perfezione nella restituzione sonora di un Otello nitido e originale.

In palcoscenico ha primeggiato il baritono Luca Micheletti. Il suo è uno Jago estroverso, brillante, logico e spietato che sembra uscire dal quaderno della disposizione scenica verdiana. La lunga esperienza di attore gli consente poi una recitazione disinvolta e plastica.

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RAVENNA FESTIVAL  Prova generale Otello

Non ci meraviglieremmo se presto dovessimo vederlo sulle scene più importanti. Di totale affidabilità è parso il tenore Mikheil Sheshaberidze nei panni del protagonista. Anzi, diremmo che raramente abbiamo sentito un tenore uscire con tanta disinvoltura da una massacrante parte come questa, ivi compresi i passi più insidiosi come i “terribili” dieci minuti finali del secondo atto: quartetto, recitativo, aria e duetto del “giuramento” in sequenza. La voce è godibile nella quasi totalità del registro, risultando solo leggermente “ingolata” nelle note medio-basse, e compensando con lo squillo naturale degli acuti frequentemente sollecitati. Con un fraseggio più maturo, più scolpito, più scaltrito potrebbe essere un Otello da ricordare, ma ci è piaciuto già molto così. Elisa Balbo non ha forse la levigatezza, il velluto, l‘eburnea opulenza di alcune Desdemone, ma in lei abbiamo apprezzato il costante impegno che ha portato ad un quarto atto assorto, quasi fatalisticamente sperduto e correttamente cantato. A completare un eccellente novero d‘interpreti il tenore Giuseppe Tommaso ha dato vita ad un freschissimo Cassio dalla disinvolta azione e dalla buona voce. Molto bene, veramente molto bene sia il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” diretto dal maestro Martino Faggiani con Massimo Fiocchi Malaspina, sia il Coro di Voci Bianche Teatro del Giglio e Cappella Santa Cecilia di Lucca diretto da Sara Matteucci, deliziosamente in evidenza nella “marinaresca” del secondo atto. Del coro adulto ricorderemo, come ho accennato sopra, il bellissimo primo atto.
Cristina Mazzavillani Muti ha firmato una regia tutta nel solco della tradizione e una ideazione scenica con buoni movimenti e chiarezza d’impianto. Non partecipiamo al dibattito che tanto scalda gli appassionati d’oggi fra regia “moderna” e regia “tradizionale”. Le regie devono funzionare, e questa funzionava.
Piuttosto belli i costumi di Alessandro Lai e virtuosistiche le luci del light designer Vincent Longuemare.
Successo meritato, già ben delineato fino dal primo atto.

(Alcune immagini, Ravenna Festival, sono di Zani-Casadio)

*** “Otello” di Giuseppe Verdi al Teatro del Giglio di Lucca replica domenica 20 gennaio 2019 alle ore 16