Genova, il Carlo Felice apre la stagione 2023/2024 con il “Werther” di Massenet. Una bella e solida lettura orchestrale (con il maestro Donato Renzetti) e un cast di professionisti senza punte di diamante. La recensione di Fulvio Venturi

di FULVIO VENTURI

Una buona produzione di Werther ha inaugurato la stagione operistica 2023/24 del Teatro Carlo Felice di Genova.
Deus-ex-machina di tutta l’operazione il maestro Donato Renzetti che ha firmato una direzione d’orchestra attenta ai valori sinfonici della partitura di Massenet, che è ricca di suono, solidità armonica e intenti tragici. Il maestro Renzetti ha forse per una volta messo in secondo piano la proverbiale attenzione al palcoscenico in favore di un flusso sonoro e drammatico che stilisticamente ha fatto pensare a taluni grandi interpreti francesi di Werther, quali Georges Prêtre e Michel Plasson. Questa bella e solida lettura orchestrale – riconoscimento da rivolgere anche all’orchestra medesima del Carlo Felice, ha dunque sostenuto un palcoscenico animato da buoni professionisti, ma senza punte di diamante come pure fortunatamente privo di lacune evidenti.

Il protagonista Jean-François Borras si è prodigato senza risparmio in questa parte lunghissima (quattro arie, due duetti, interventi continui e la “bella morte”) ed esemplare compostezza. A lui manca il timbro del maggior fascino, l’espressione estatica, necessità che si avverte soprattutto nella sortita (“Je ne sais si je veille, ou si je rêve encore”) e nel duetto du Clair de Lune (“Rêve, éxtase, bonheur, je donnerai ma vie pour garder à jamais ces yeux…” etc.) o in “Lorsque l’enfant” ma è stato puntuale e preciso, diremmo ispirato, con l’incedere del dramma, fino allo struggente trapasso.

Al pari di Borras, Caterina Piva, nella parte iconica di Charlotte, ove mai avesse fatto desiderare un timbro più lucente e vellutato, ha interpretato gli ultimi due atti (quelli nei quali il suo personaggio teatralmente “viene fuori”) con dedizione assoluta e indubbia efficacia. E anche Jérôme Boutillier, cantante emergente caratterizzato da una vocalità di tipico baryton-martin, si è mosso con disinvoltura nei panni del subdolo Albert.

Molto bene Armando Gabba nella caratterizzazione del Bailli e bene anche Roberto Covatta e Marco Camastra quali Johann e Schmidt con le loro strofette bacchiche insistite e ripetute. Un po’ meno bene Héléne Carpantier come Sophie, mancando quell’attitudine “dugazon” (così prescrive Massenet in partitura, da Louise-Rosalie Dugazon, cantante, attrice e ballerina tardo settecentesca di genere brillante) e risultando per contro vocalmente non troppo elestica. Emilio Cesar Leonelli, Brühlmann, Daniela Aloisi, Kätchen, insieme con Maria Guano, Leonardo Loi, Nicoletta Storace, Erica Giordano, Denise Colla, Sofia Macciò, Lucilla Romano, Alice Manara, Giulia Nastase, Vittoria Trapasso, solisti del Coro di voci bianche (direttore maestro Gino Tanasini) hanno completato il cast vocale.

Dulcis in fundo, la regia.
Dante Ferretti, autore anche di scene e costumi, ha ambientato l’opera negli Anni Trenta del Novecento dal Settecento goethiano. Ce ne sfugge il nesso. Ma dal momento in cui spesso ci sfugge il nesso anche di regie tradizionali, il punto non è quello. Di déco il Werther di Massenet ha proprio nulla. Se avvertiamo la necessità di trasporre un’ambientazione, o di togliere ad un testo (musicale o no) gli anni che ha sulle spalle, facciamolo fino in fondo, non a metà.
Detto questo il lavoro di Ferretti è comunque decoroso sebbene un po’ piatto.

Successo cordiale a teatro pieno.
Come note di colore ho avuto la sensazione che per molti spettatori Werther fosse una novità. Dato sul quale riflettere. Infine mi accomiato con il commento captato dalla bocca di una signora al momento dell’uscita: “le sedie erano fatte proprio bene, anche le zampe”.
Et de hoc satis.