
FESTIVAL PUCCINI 2022. Una Tosca bianco-nero quella proposta da Pizzi a Torre del Lago. Svetlana Aksenova denuncia limiti di peso vocale e personalità. Tensione ed eleganza distinguono la Butterfly di Manu Lalli. Grande prova di maturità del soprano Francesca Tiburzi. Le recensioni di Fulvio Venturi
Ecco le recensioni – firmate da Fulvio Venturi – di Tosca e Madama Butterfly, le opere pucciniane andate in scena sul palco del Gran Teatro all’aperto rispettivamente il 29 e il 30 luglio nell’ambito dell’edizione 2022 del Festival Puccini di Torre del Lago.
di FULVIO VENTURI
TOSCA
È una Tosca bianco-nero quella proposta da Pier Luigi Pizzi per il 68esimo Festival Puccini di Torre del Lago. Una cupola e una citazione scultorea michelangiolesca, bianche, caratterizzano la scena a significare il potere temporale della Chiesa.
L’azione è stata trasposta negli Anni Trenta del Novecento, con Scarpia che diventa una caricatura mussoliniana in gran montura e aquila imperiale, Spoletta, Sciarrone, il Carceriere, gli sgherri vestiti da fascisti con fez, camicia nera, distintivi e gli adolescenti della “cantoria” sono riconoscibili come “avanguardisti” e “giovani italiane”. Niente di particolarmente originale perché queste cose più o meno in Tosca si sono viste, né, oltre la ormai proverbiale pulizia scenica pizziana e fatto salvo il lampo di una fucilazione di Cavaradossi veramente spettrale, abbiamo registrato illuminanti colpi di regia. Belli i costumi in chiaro di Tosca (fra i quali un fantastico soprabito rosa nel secondo atto) e di Cavaradossi medesimo, quasi a creare un contrasto con la cupezza delle divise fasciste. Ottime le luci di Massimo Pizzi Gasparon, ma tutto non si è elevato da una compassata routine.
La direzione di Enrico Calesso è nitida ancorché piuttosto lenta e valorizza un’Orchestra del Festival senz’altro in buona forma. Non così il coro (maestro Roberto Ardigò e Viviana Apicella direttrice della sezione voci bianche) caduto nelle solite “trappole” di assieme che generalmente si presentano nel primo atto di quest’opera pucciniana. Fra i cantanti accettabile la prova di Ivan Magrì, un Cavaradossi dal timbro chiaro, dal fraseggio civile e dallo squillo naturale; Roberto Frontali, che non ha lesinato sugli atteggiamenti caricaturali, ha evidenziato la pastosità timbrica, la concretezza sintattica, e anche qualche impaccio nel settore acuto del suo collaudato Scarpia, ma purtroppo la Tosca di Svetlana Aksenova ha denunciato limiti di peso vocale e di personalità.
Il resto del cast era variamente assortito e comprendeva il corretto
Angelotti di Carlo Cigni, il sonoro Spoletta di Shohei Ushiroda, il ben rappresentato Sciarrone di Alessandro Ceccarini, il Sacrestano di Giulio Mastrototaro, il Carceriere di Ivan Caminiti e l’ottimo Pastore dell’adolescente Gaia Niccolai. Successo non memorabile con qualche contrasto nei confronti della protagonista anche al termine di Vissi d’Arte.
INTERMEZZO
Tornando verso Torre del Lago la sera successiva pensavo quasi distrattamente ai grandi interpreti di Madama Butterfly che fanno parte del mio vissuto teatrale. Così mi sono sovvenuto, come rivederli, o riascoltarli, la fantastica Renata Scotto, Elena Mauti Nunziata dalla splendida voce, lo squillante Ottavio Garaventa, Giangiacomo Guelfi che nei panni di Sharpless pareva uscito da una pittura di John Singer Sargent. Dunque, dopo i saluti di rito nel ciarliero foyer, mi sono accinto ad assistere alla produzione di Butterfly.
Ben altro livello emotivo ci attendeva dopo la Tosca, sinceramente noiosina, appena descritta.
MADAMA BUTTERFLY
Tensione ed eleganza distinguono questa Madama Butterfly. Manu Lalli scrive questa sua produzione della tragedia giapponese di Puccini con il sangue. Domina il rosso. È il sangue della protagonista ed è anche il colore della violenza, che in questo caso si perpetra non solo nei confronti di Cio-Cio-san, ma della natura. Una natura che attonita vive e respira con gli eventi e che con l’incedere del dramma si depaupera fino a languire, morta, nell’ultima scena. Lo spettacolo è narrato con sapienza, con gusto, lascia ammirati.
Nella intensa lettura di Manu Lalli, dove le scene e i costumi – bellissimi – hanno apportato altri segni di distinzione, si è perfettamente inserito un formidabile quartetto di giovani interpreti, dove una volta tanto la parola “giovani” non è uscita dalla retorica teatrale, molto spesso, oggi, troppo pesante.
Magnifica la protagonista Francesca Tiburzi che interpreta il suo personaggio con estrema dignità, con interno dolore, con compostezza. La cantante non è inferiore all’interprete e la lunga, estenuante parte della protagonista è stata risolta da Francesca Tiburzi con esemplare proprietà di linguaggio, dal nitore dei centri, alla forbitezza della parola, alla solidità del registro acuto. Una concreta prova di maturità. Al suo fianco, ora ancella, ora complice, sempre compartecipe, la splendida Suzuki di Laura Verrecchia, una belcantista prestata a questo repertorio, a riprova che quando si conoscono le regole del canto, e dello stare in scena, il risultato è sempre eccellente. Bravissima, agile, flessibile come un giunco tanto nella voce che nell’attitudine, dal duetto dei fiori in poi la prova di Laura Verrecchia ha assunto la statura di una vera protagonista. Molto bene il Pinkerton di Vincenzo Costanzo, la cui spavalderia unita ad uno squillo tenorile di tutto rispetto, rimanda a certi leoni del passato. Costanzo ha risolto con facilità le non poche insidie della parte di Pinkerton, che nel primo atto risulta essere acutissima e sempre slanciata verso l’alto e, per i palati più fini, si è esibito anche in levigate arcate di suono – forte, smorzando, forte – nel terzetto del ritorno (Oh, l’amara fragranza di questi fior) e nell’Addio, fiorito asil (Fuggo, fuggo – ah – son vil).
Parimenti Alessandro Luongo ha prodotto uno Sharpless commosso e partecipato, signorile come giustamente deva essere nella scia dei grandi interpreti del passato, che acquisisce spessore con l’incedere della tragedia. Faremmo tuttavia un grave torto alla dignità di tutti non collocando ad uno stesso livello di decoro e valentìa il Goro di Francesco Napoleoni, lo Zio Bonzo di Adriano Gramigni, lo Yamadori di Yinshan Fan, il Commissario Imperiale di Zhihao Ying, la Kate Pinkerton di Rosa Vingiani ed anche gli interpreti delle parti brevissime come Ivan Caminiti (l’Ufficiale del Registro) e Valentina Pernozzoli, Lan Yao, Dario Zavatta, Licia Piermatteo (il quartetto dei parenti).
Dirigeva l’Orchestra del Festival Alberto Veronesi, e non che questo costituisca novità sul golfo mistico del Pucciniano. Non sarebbe dispiaciuto qualche decibel in meno nell’intermezzo della notte giapponese ed una maggiore acutezza nella edificazione della tragedia, ma complessivante ha tenuto. Qualche impaccio nella prestazione del coro. Applausi a non finire da parte di un pubblico numeroso per questa Madama Butterfly che rimarrà nella mia memoria.