
2024, anno pucciniano. Manon Lescaut al Comunale Nouveau di Bologna trova il suo fulcro nella direzione d’orchestra di Oksana Lyniv che regala (con l’ingresso di Des Grieux) dieci minuti fra inferno e paradiso. La recensione di Fulvio Venturi
di FULVIO VENTURI
È andata come va di solito quando si rappresenta Manon Lescaut. Avvio lento e poi la costante crescita delle emozioni, delle tensioni e della passione fino ad un’attonita catarsi. Questa produzione bolognese (Teatro Comunale Bologna) ha un fulcro imprescindibile, Oksana Lyniv, attorno al cui gesto tutto ruota, nasce, si sviluppa e si spegne. Inizia con calma, tempi lenti, analitici. Raramente mi è capitato in teatro di avvertire il disegno chiaro, ironico dei cori degli studenti sull’intreccio dei dialoghi, come in questa occasione. Forse in questo avvio c’era poco trasporto. Sicuramente non aiutava la circospezione del duo dei protagonisti che nel primo atto di Manon Lescaut ha, specie il tenore, i suoi bei problemi da risolvere. E così pareva anche nella prima parte del secondo atto, dove peraltro in mezzo ai contrappunti vagamente aridi del falso settecento pucciniano sbocciava la gemma di una “in quelle trine morbide” sfumatissima e variopinta.
L’atmosfera cambiava decisamente con l’ingresso di Des Grieux e qui Oksana Lyniv ci ha regalato dieci minuti dove l’inferno e il paradiso della passione erotica si sono fusi con i cromatismi tristaniani, con la marea montante della irresistibile melodia di Puccini. Una meraviglia. In quei dieci minuti passano molte cose. La lezione di Wagner, la Scapigliatura milanese, la pittura di Tranquillo Cremona, di Daniele Ranzoni, di Giuseppe Conconi, le Penombre di Emilio Praga, le Disjecta di Iginio Ugo Tarchetti, I Versi di Giovanni Camerana, gli Orioni e le Pleiadi di Ernesto Ragazzoni, Nanà di Zola, i romanzi di Emilio De Marchi. Oksana Lyniv ha fatto ascoltare tutto, dalla evidente radice wagneriana ad una indefinita fluidità pre-debussiana. Un gran Puccini, senza dubbio. E così fino alla fine fra gli echi dei Crisantemi e la ricerca del Grande Nulla. Ne sono uscito sinceramente ammirato.
Avevo accennato ad un palcoscenico non poi trascendentale. Lana Kos, tuttavia, disegna una Manon credibile, vaga e sensuale, dalla emissione raffinata. Qua e là si avverte un po’ di fatica o qualche intonazione non proprio irreprensibile, ma il personaggio c’è, così come una bella figura scenica. E anche Roberto Aronica, dopo un primo atto complicato, è uscito bene giungendo a capo con generosità e partecipazione della difficile parte di Des Grieux. Senza grande luce il Geronte di Giacomo Prestia e il Lescaut di Gustavo Castillo, bene l’Edmondo di Paolo Antognetti, delizioso il cammeo di Bruno Lazzaretti come Maestro di Ballo, acidotto e precisino comme il faut il Musico di Aloysia Aisemberg, oscillante il Lampionaio di Cristiano Olivieri, buoni il Sergente e il Comandante di Kwangsik Park e Costantino Finucci. Nel primo atto e nel trascinante concertato del terzo, ottima la prestazione del coro, preparato con la consueta perizia da Gea Garatti Ansini, quindi, con i complimenti ad Oksana Lyniv si loda la buona orchestra bolognese.
Leo Muscato ha firmato la regia (assistente Marialuisa Bafunno) con le scene di Federica Parolini (assistente Matteo Martini), costumi di Silvia Aymonino (assistente Agnese Rabatti). Non mi è parsa poi così originale l’idea di trasportare l’azione in un più o meno definito periodo Liberty (la prima scena ricordava più il Bal Bullier della Rondine o il manifesto della Stagione Balneare di Leonetto Cappiello che non proprio la stazione delle corriere, ci scherzo sopra), ma si tratta di lavoro serio, condotto con indubbia professionalità, certamente non aiutato dagli ingrati spazi del Comunale Nouveau. Nuova produzione nell’Anno Pucciniano.